Si può fare, insomma. Basta cominciare. di Luca Casarini

Contributo inviato da Luca Casarini per il GdL “Diritti Digitali” con #DigiTsipras.
Incontro organizzato da ACT! il 26/4/2014 (http://goo.gl/Ag3Y4w)

Come tutti voi, anch’io, non sopporto il burocratese. Ho sempre pensato che quel linguaggio astruso sia studiato apposta per rendere meno comprensibili le leggi e i regolamenti. Sospetto di quel linguaggio, così come sospetto sempre di sigle misteriose. Eppure, con molte di quelle strane abbreviazioni, purtroppo, saremo costretti a convivere, sempre più a farci i conti. A cosa mi riferisco? A queste sigle, per esempio: “03/DDA/CA”, “04/DDA/CA”, ecc.
Sono i caratteri che sul sito dell’Agcom, in bella vista proprio in home page, identificano i primi quattro procedimenti che l’”autorità indipendente” –la chiamano così– ha avviato contro altrettanti, presunti violatori del copyright, in base al regolamento diventato operativo meno di un mese fa. Di procedimenti, a dire il vero, fino a qualche giorno fa sul sito ce n’era anche un altro. Riguardava una pagina Web che aveva pubblicato una foto, una foto di un set cinematografico. È bastato che l’Agcom inviasse una lettera ai gestori del sito “sospettato” perché la foto fosse rimossa. Cancellata. E il procedimento disciplinare sospeso. Non sapremo mai di che si tratta, magari era un’opera d’arte ma non la potremo più vedere.
Ora invece –s’è detto– di iniziative a tutela del copyright ce ne sono quattro. Partono tutte da “denunce” delle major cinematografiche e musicali. I nomi si possono leggere senza problemi: BIM Distribuzione, Eagle Pictures, Notorious Pictures, e via dicendo.
Se la prendono soprattutto con due siti che, com’è facile verificare, non sono un’organizzazione pirata. Ma solo semplici datebase, lunghi elenchi  di file. Siti, insomma, dove si possono trovare tante cose e dove ci si scambia immagini, suoni, testi. Messi a disposizione dagli utenti per altri utenti. Che magari quelle immagini, quei suoni, quei testi, quel sapere l’hanno pagato. O l’hanno creato. Invece, se i gestori dei due siti non risponderanno entro pochi giorni, potrà scattare l’ordine da parte dell’Agcom –non di un giudice– di bloccare l’accesso agli utenti italiani. Certo, cambierà poco per chi comunque vorrà raggiungere quei luoghi della rete –solo in Italia si possono concepire leggi securitarie aggirabili con le competenze di un quattordicenne– ma resta l’inibizione.
Con questo, con questa legislatura italiana ci troviamo a fare i conti. Ma anche l’espressione “legislatura” è forse fuori luogo. La vicenda è abbastanza nota e non credo che abbia bisogno di molte parole per riassumerla. L’Agcom, come sapete, non ha potere legislativo, non può varare leggi. Dovrebbe controllare ciò che avviene nel mondo delle telecomunicazioni. Invece, s’è arrogata il diritto a scrivere un regolamento che ha valore di legge. Anzi: che supera la legge. Perché assegna ai titolari del copyright il diritto a far partire l’istruttoria, senza che un giudice ne sappia nulla. Siamo così diventati l’unico paese al mondo in cui un’autorità amministrativa –appunto l’Agcom– potrà ordinare la rimozione di un contenuto da un sito dopo un finto processo, rapido, sommario e solo dopo –dopo la sentenza dell’Agcom– chi si sente “espropriato” di un diritto potrà ricorrere ad un giudice. Ad un giudice vero, quello dei tribunali. In un processo che in ogni caso costerà all’utente migliaia di euro. Non vorrei sembrare esagerato –del resto la pensano così tanti esperti, da Guido Scorza all’Articolo 21– ma in rete è finito lo Stato di diritto. Finito, sepolto.
Tutto questo avviene per caso? Anche qui, non servono molte parole: ma è come se qualcuno sostenesse che l’austerity, il massacro sociale della Grecia e dei paesi mediterranei fosse avvenuto per caso. O per insipienza. No, la partita del copyright, tutta questa vicenda racconta esattamente ciò che sta avvenendo attorno a noi: c’è una politica che abdica, che rinuncia anche al suo debole ruolo di intermediario, per lasciare campo libero alle major. Ai detentori del copyright, che si scrivono da soli leggi e regolamenti. Relegando la democrazia e le sue regole formali in un angolo.
E siamo all’Europa. Perché fenomeni come questi è ridicolo pensare che possano essere affrontati in un ambito nazionale. Parliamo di imprese, parliamo di colossi che da soli fanno un terzo della ricchezza mondiale, che da soli realizzano profitti pari ai bilanci di venti paesi. Insomma, è l’Europa l’unico spazio che abbiamo per provare a “regolare” un settore come questo.
E non partiamo da zero. Non siamo soli e non partiamo da zero. Il programma che sta elaborando il gruppo che qui da noi in Italia si è coagulato attorno a DigiTsipras parla di una radicale riforma del copyright. Oggi sbilanciata dal lato delle major. Che, ricordiamolo sempre, non raggruppano gli autori di un’opera musicale o cinematografica, né gli scrittori di un libro e tantomeno chi ha scritto un software. No, i colossi del settore rappresentano solo chi ha comprato i diritti di autore. Li ha comprati a due euro e vuole che fruttino all’infinito. E allora sì, riforma radicale. Come del resto sostengono anche gli eurodeputati pirati e molti verdi. Riforma che ne limiti lo spazio di azione, che introduca e centuplichi il “fair use”, la possibilità per tutti di utilizzare e riutilizzare un’opera, solo citando la fonte (pensate, se il regolamento Agcom fosse entrato in vigore anni fa, in Italia nessun musicista avrebbe potuto misurarsi col mesh up…). Una riforma radicale, per dirne un’altra, che tolga il copyright sui documenti prodotti dalle pubbliche amministrazioni, che tolga i mille vincoli posti ai libri delle biblioteche universitarie. Che era, non scordiamocelo mai, l’obbiettivo di Aaron, di Aaron Swartz. L’hacker, l’attivista, il militante rivoluzionario americano che trovava insopportabile che la biblioteca del Mit, il suo ateneo, potesse risultare inaccessibile agli altri studenti. E per questo perseguitato dalla giustizia statunitense, e per questo spinto al suicidio. Appena un anno fa.
Riforma radicale, allora, che non “cerchi il giusto equilibrio” fra interessi diversi, com’è scritto nel programma dei socialisti europei. Ma che al contrario sia sbilanciato: dalla parte della condivisione dei saperi, della condivisione delle conoscenze. Che sancisca il diritto alla condivisione della cultura. Di tutte le espressioni culturali.
Lo sappiamo che non sarà facile. Ma più che le solite banalità sulle difficoltà a battere le lobby del copyright a me interessa riflettere su un’altra cosa. Sulla sinistra, su come la sinistra fa i conti con questi temi. E qui davvero siamo in altissimo mare. Lo misuro quasi quotidianamente, nell’approssimazione, nel disinteresse che vedo –anche in questo mio primo giro elettorale– attorno a queste questioni. Come se la battaglia per la condivisione della cultura, come se la battaglia a difesa della privacy fosse altra cosa dalla battaglia contro le politiche securitarie. Tutti pronti ad entusiasmarsi quando si legge sui giornali –con la solita approssimazione– che la rete è servita ai ragazzi di piazza Tahir. Salvo poi considerare la rete come fosse un tutt’uno, indistinto. Come se Internet fosse “senza classi” al suo interno. Come se anche nella rete non ci fosse uno scontro fra l’alto –le major– e il basso –gli utenti–. Come se gli interessi della Microsoft, di Google o della Warner potessero coincidere coi nostri.
Sinistra senza rete, allora. Sinistra assai poco digitale. Ai vertici, e alla base. Proprio in questi giorni mi è capitato di vedere un vecchio studio della Columbia University (se interessa: è curata dal professor Joe Karaganis e la trovate su torrentfreak). È vecchio di qualche anno, non di più, ma molto, molto interessante. Bene, lo studio ha rivelato che il 64 per cento degli elettori di Obama è d’accordo ad usare i gestori dei social  network per “monitorare” gli utenti, a caccia di violatori del copyright. Fra i repubblicani, la percentuale è analoga: il 65 per cento. E ancora: il 54 per cento di chi ha votato democrat alle elezioni statunitensi ritiene giusto che i motori di ricerca blocchino i siti sospettati di favorire la pirateria. La cultura americana, si dirà. Ma in Europa stiamo messi allo stesso, identico modo. Sempre quello studio spiega che il 72 per cento degli elettori socialdemocratici tedeschi (unico paese, la Germania, preso in esame) vuole che Facebook o Twitter si trasformino in sceriffi della rete, anche loro a caccia di pirati. Identica percentuale si registra fra gli elettori della Merkel. Omologati nei comportamenti, omologati al governo.
Certo, i democratici americani o i socialdemocratici tedeschi non sono esattamente le persone che definirei di sinistra. Ma sono numeri che ci spiegano con che cosa, con quale gigantesca egemonia culturale dobbiamo scontrarci.
È dura, insomma. Ma anche in questo caso la resistenza, la disobbedienza, l’azione può pagare. Retorica? Parlo di quel che è accaduto neanche un mese fa. Ed è accaduto proprio nelle istituzioni europee, a Strasburgo. È accaduto proprio in quella che si può descrivere come l’istituzione più lontana dalle persone che si possa immaginare. Invece, l’Europarlamento ha votato il “pacchetto Kroes”. Meglio: ha votato quello che è diventato oggi il pacchetto Kroes. Era stato scritto sotto dettature della lobby delle aziende di telecomunicazioni ma grazie all’attivismo di centinaia di hacker, di democratici, di “cittadini della rete” quel provvedimento è stato semplicemente ribaltato. Sancendo, per la prima volta, la net neutrality: l’impossibilità cioè per i gestori del traffico su Internet di discriminare gli utenti. Fra chi paga, e dovrebbe avere più connessione e servizi specializzati, e gli altri, che dovrebbero accontentarsi di collegamenti più lenti, più poveri di informazioni e di contenuti. Questo in Europa non dovrebbe più esser possibile. Lo sancisce un voto. Un primo passo, certo. Perché mi domando di quale neutralità della rete parliamo se noi qui in Italia nel nostro canale YouTube non potremo mai mettere dieci secondi d’un filmato tv, anche solo per commentarlo, visto che ce lo bloccherà l’Agcom. Ma comunque è un passo in avanti. Tanto più –la notizia è di poche ore fa– che la Fcc, la Federal Communication Commission americana s’è detta pronta a modificare le normative sulla net neutrality. Garantendo –come scrive il Wall Street Journal– connessione più veloce a chi paga di più. Esattamente come pretendevano Google, la Disney Corporation, Netflix. Questo in Europa non dovrebbe essere possibile. Grazie a quel voto. Che ha visto “vincere” la sinistra, i verdi, la pattuglia di pirati che sono riusciti a convincere addirittura la maggioranza dei deputati socialisti. Un passo in avanti forse non così marginale visto le urla dei padroni dell’entertainment.
Si può fare, insomma. Basta cominciare.

Luca Casarini.
Candidato con “L’Altra Europa con Tsipras” nel collegio centro.
Aderisce alla campagna #DigiTsipras
https://www.facebook.com/DigiTsipras

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